Gattapelata
   

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11 settembre 2006 - Questa faccenda dei gruppi di studio su donne e politica in realtà mi lascia fredda, perchè ci vedo mischiato quel mondo non a me confacente del dibattito, delle situazione "pubbliche " (e non collettive), condito con altri ingredienti indigesti, quale burocrazia, lotte e sgomitamenti di vario genere, diatribe tra persone troppo intelligenti o che sanno ripetere molto bene le opinioni degli opinionisti, con un linguaggio ingessato, morto.
E poi fatica, senso di estraneità, irritazione per l'incapacità mia di districarmi da tutto questo.
Vivo meglio lontano. giuliana

23 settembre -Sto leggendo qua e là e, dopo la riunione di venerdì, certe parole mi risuonano dentro con un certo fragore.

La donna è la condizione di estraneità che la società porta nel proprio ventre.
- Elisabetta Rasy, La lingua della nutrice

Le donne sono emarginate, isolate al "centro".
- Elisabetta Rasy, La lingua della nutrice

Mi chiedo se
non si debba invece riconoscere l'esistenza di un "essere al femminile"
di cui l'"essere folle" potrebbe essere una delle manifestazioni.
Mi sembra che le domande sull'"essere" non siano frequenti fra noi.
Quando va bene, parliamo di cose e le facciamo - una festa, un incontro
con donne di altri paesi, un corso, un viaggio; il nostro "essere"
- folle o meno - traspare da uno spazio bianco fra le righe, si manifesta
in gesti, sguardi, in lontananze carezzevoli o in sfuggenti vicinanze,
in un ricordo di nostra madre, in una nostalgia di futuro
...
Il nostro "essere folli" - assolutamente mute, o paralizzate,
o urlanti, o impossibilitate a muoverci
senza la compagnia dell'ansia, o ridotte a scheletro
- ha una forma, quella dei nostri corpi.
E' il "corpo folle" che ci individua di più.
Se c'è un furore in me,
è contro la metodica azione
di copertura esercitata
da dolciastri psicologismi,
che oscurano
l'evidenza più semplice
e più immediata.
Ma l'azione
di controllo sui corpi,
sulle posture e le percezioni,
sul desiderio e sui modelli è così potente da omologarci,
normalizzarci, omogeneizzarci, in maniera sempre più precoce e definitiva.
Non c'è neanche un posto fuori" ormai, dove trovi casa la follia,
quella che si stracciava i capelli e stracciava le vesti o,
malinconiaca, stava immobile - per questo servono
le brughiere, i boschi
......
E una donna mi ha detto,
ma potrei essere io:
"Dove vado a odiare
e a urlare?"
...
Sono i corpi
a scrivere i testi più interessanti
sulla follia, sulla cultura in cui viviamo, e su di noi.
Il corpo folle rifugge dal controllo,
inventa stranezze, si inarca, secerne, preme,
ha fame, avvolge, assale
- Fabrizia Ramondino
Passaggio a Trieste: Paola)

Mi sono piaciute le tue parole, l'altra sera, e anche quelle di Ana mezza addormentata, e di Birgitte che ascoltava, e certi silenzi. giuliana

17 ott - Cara Miri, ho voglia di comunicare, a te e alle altre, qualche sparsa impressione sulla riunione di ieri sera. Eravamo tutte piuttosto stropicciate e stanche, mi viene da sorridere ripensando alla jas avvolta nella copertina, ad Ana addormentata, agli sbadigli incrociati, e agli occhi pesti e lacrimenti di tutte quante. Però tu hai preso il timone e mantenuto la rotta per dire quelle due o tre cose essenziali. A proposito degli interventi degli esterni che non ci devono dire come e cosa fare, ma solo fornire gli strumenti utili per sviluppare il lavoro. A proposito dell'indagine che sarà qualitativa e non quantitativa, senza cioè obblighi di campionare, misurare o produrre risultati attendibili
Sono d'accordo con te che si tratta di seguire essenzialmente i desideri, gli interessi nostri e di stare accorte sull'uso dei linguaggi che ci appartengono, scegliendo domande che sia possibile rivolgere a tutte le donne, senza distinzioni. Gran parte del gioco riguarderà la scelta e il montaggio di immagini e parole. Poi con Ana in macchina, sulla strada del ritorno ci siamo dette che siamo molto curiose di vedere cosa si riuscirà a fare con gli strumenti audiovisivi che ci hanno sempre attratto, ma che non conosciamo.
Mi capita così di rado di essere d'accordo con ciò che gli altri dicono e su come lo dicono, che ogni volta che ti sento parlare mi sembra un miracolo, mi sento solidale e amo la tua intrepida sincerità, la puntigliosità con cui rimani fedele a te stessa. Può essere che come al solito darai scarso credito ai superficiali entusiasmi di una sagittaria, ma li voglio esternare lo stesso. A presto. giuliana
31 ottobre - Sento l'urgenza di scrivervi alcune cose. Scusate se poi risulto precipitosa, irruente, fastidiosa. Ma ogni volta si tratta di scegliere to be or not to be.
Ieri sera io e Elide nella mezz'ora di strada ci eravamo raccontate la "fatica del muoverci di sera", e poi ci siamo tutte ritrovate nello sforzo, quello delle brave ragazze che fanno i compiti. Ma già tutte tese alla fine, all'averli già fatti.
So che se faremmo questo sforzo delle interviste, per arrivare allo sforzo della presentazione, non sarà servito a niente.
Io mi sento sanguinante in relazione ai temi delle nostre interviste. E polverosa, e depressa, bloccata, terrorizzata. Il desiderio è aprire una strada. Ma naturalmente la strada non c'è, e sembra impossibile crearla.
La nostra depressione, e stanchezza serale, che cullano l'impotenza e la paura, sono cose nostre.
Secondo me ci trascineremo se non guardiamo e giochiamo i nostri spegnimenti.
Ma dove vogliamo arrivare? Secondo me questo è importante, e va tenuto in mano.
Ce l'avete voi l'obiettivo? Un'immaginetta da tenere in mano, e baciare al mattino?
Io voglio spazio.
Così, così! Lo voglio lo voglio lo voglio e tutto protesta questa voglia.
Bestemmiatrice che non sa stare al suo posto, non accetta la realtà. Ma la cosa più spaventosa è quando smetto di volere, anzi la continua altalena fra volere e nascondere la mano, il respiro.
Voglio dire che se vogliamo arrivare da qualche parte, ottenere qualcosa, non possiamo muoverci con addosso questa malattia di perdenza, questa abitudine e vizio di impotenza/inutilità. miri

1 novembre - Che ne facciamo dello sfattume vizioso di impotenza e perdenza? Ce lo vomitiamo addosso? lo filmiamo per vedere il brutto delle donne? Siamo tutte disponibili a soluzioni estreme? A me sembra, ora, qui, che pur di scrollarmelo di dosso sarei pronta. Giuliana

Mi sento ri-unita
Ascolto partecipe
Sto bene insieme
Clara

Conosco la sorpresa dei collages, ma non avevo mai lavorato su un collage di movimento, con toni, ritmi, incertezze. Su facce e parole di donne.
Si creano relazioni molto intime con le persone che parlano nelle riprese.
L'attrezzo elettronico svela attimi nascosti in pieghe misteriose di discorsi composti. Tensioni di un angolo della bocca, occhi sbarrati, smorfie.
Dal gran mucchio del materiale raccolto sporgeva il filo di un discorso. L'ho percorso liberandolo dal groviglio, ricomponendolo una sciarada, un puzzle.
Un discorso intero, forte articolato e chiaro, era già lì.
Trascinandomi da sempre nello spavento del parziale e limitato, vivevo lo stupore della completezza, saziante in lucidità, e delirio. Miri

Se continuiamo a parlarci lo stesso linguaggio, finiremo per riprodurre la stessa storia. Ricominciare le stesse storie. Non lo senti? Ascolta: intorno a noi gli uomini e le donne, si direbbe che è uguale, stesse discussioni, stessi litigi, stessi drammi ... Se noi continuiamo a "parlare il medesimo", se ci parliamo come gli uomini si parlano da secoli, come ci hanno insegnato a parlare, non ci incontreremo. Ancora: le parole passeranno attraverso i nostri corpi, sopra le nostre teste, per andare a perdersi, a perderci. Lontano, in alto. Assenti da noi... Così ci pieghiamo al loro linguaggio. Per distinguerci ci hanno lasciato le lacune, i difetti. Il negativo. Dovremmo essere, già questo è troppo, delle indifferenti. Indifferente, rimani calma. Se ti muovi, disturbi il loro ordine. Fai cadere tutto. Rompi il giro delle loro abitudini, il circuito dei loro scambi, del loro sapere, del loro desiderio. Del loro mondo. Indifferente, non devi muoverti né commuoverti, se non sono loro a chiamarti. Se dicono "vieni", allora puoi farti avanti. Un po'...
Parla ugualmente. Che il tuo linguaggio non abbia un unico filo, un'unica sequenza, un'unica trama, è la nostra fortuna, viene da ogni parte... Tanti dire insieme, non ce l'hanno insegnato né permesso. Non è un parlare corretto. Certo potevamo - dovevamo? - esibire qualche "verità" e intanto sentirne, averne, tacerne un'altra ...
Parlami. Non vuoi? Non puoi più? Vuoi risparmiarti? Restare muta? Bianca? Vergine? Riservarti quella di dentro? Ma non esiste senza l'altra...
Come parlare per uscire dai loro recinti, dai loro schemi dalle loro distinzioni e opposizioni... come sbarazzarci di questi termini, liberarci dalle loro categorie, spogliarci dei loro nomi. Sgusciare, vive, dalle loro concezioni?...
Se tu/io esita a parlare, è perché abbiamo paura di non dire bene, vero? Ma cosa sarebbe bene o male? A che cosa ci conformeremmo parlando "bene"? In quale gerarchia, subordinazione, ci facciamo prendere? Perdere? Che pretesa è questa, di innalzarci in un discorso più valido? L'erezione non è affar nostro: stiamo così bene sulle spiagge.
Abbiamo tanti spazi da distribuirci. L'orizzonte per noi non ha mai finito di girare, sempre aperte. Distese in un'interminabile espansione, abbiamo tante voci da inventare...
Se vuoi parlare "bene", ti tendi, ti stringi per salire. E tesa verso l'alto, ti allontani dall'illimitato del tuo corpo...
E non ti contrarre sulla parola "giusta", non c'è. Nessuna verità tra le nostre labbra... Tutto può essere scambiato senza privilegi né rifiuti. Tutto si scambia, ma senza commercio. Tra noi, niente proprietari né acquirenti, niente oggetti determinati né prezzi...
- Luce Irigaray, Quando le nostre labbra si parlano

Saper parlare vuol dire, fondamentalmente, saper mettere al mondo il mondo e questo noi possiamo farlo in relazione con la madre, non separatamente da lei, perché la parola è dono della madre.
- Luisa Muraro, L'ordine simbolico della madre
Penetrare volontariamente nell'afasia che tenta di compenetrarsi con il linguaggio del corpo significa sperimentare in modo cosciente ed esibito, un'inevitabile estraneità, una non programmatica regressione.
- Elisabetta Rasy, La lingua della nutrice
Anche il linguaggio dell'autobiografia è linguaggio "interno", mobile e ombroso linguaggio del sentimento- opposto al produttivo maschile linguaggio della ragione che organizza e controrganizza la realtà in compatti sistemi - in cui ciò che conta è solo l'espandersi delle parole, linguaggio perduto su se stesso... che configura un paesaggio psichico
- Elisabetta Rasy, La lingua della nutrice
Il linguaggio è pericoloso nella misura in cui è meccanico.
- Simone Weil, Lezioni di filosofia

Tutto ciò che di folle c'è in noi guadagna ad essere espresso, perché si dà così un carattere umano a ciò che ci separa dall'umanità.
- Simone Weil, Lezioni di filosofia

In difesa di lei
Si esprima l'ape -
Lei stessa, senza parlamento
In difesa di me.
- Emily Dickinson, Tutte le poesie - 852.


Voci Fuori Capitolo è stato un Circolo di Studio della Provincia di Arezzo, realizzato dall'ottobre 2006 all'11 marzo 2007. Ci auguriamo vivamente che il discorso abbia degli sviluppi. Siamo quindi disponibili ad ogni genere di diffusione dei prodotti video che derivano dalla nostra ricerca, e dei materiali scritti. Anche le registrazioni delle interviste alle donne delle istituzioni politiche restano a disposizione delle/degli interessate/i. Ci auguriamo che la circolazione del materiale possa servire da stimolo al confronto ed alla discussione, ed anche all'aggregazione su interessi specifici.

   

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